Rebecca Busi corre contro le discriminazioni. E’ arrivata al traguardo della Dakar con il suo casco arcobaleno: “Ho pianto di gioia, nessuno credeva che ce la potessi fare”

Rebecca Busi alla guida durante una tappa della Dakar

Si chiama Rebecca Busi, ha venticinque anni, è nata a Camugnano, in provincia di Bologna, ed in questo scampolo di 2022 si è contraddistinta come la più giovane pilota della Dakar, che ha disputato con la sua Range Rover 3900 del 1992, dal primo al quindici Gennaio in Arabia Saudita. Si sa, questa è una gara automobilistica estrema, soprattutto nota per la difficoltà del percorso che si snoda in una zona desertica e al quale sono soliti partecipare i più quotati piloti di rally a livello mondiale. Dunque per Rebecca Busi un vero sogno da coronare, dopo aver percorso 8000 km in 14 giorni, guidando in media tra le 6 e le 8 ore. 

A giochi fatti ecco la nostra intervista all’impavida giovane. 

Rebecca, come è nata la tua passione per i motori e perché per questa storica competizione? 

“In realtà non lo so di preciso, o meglio non c’è stato un episodio particolare, fin da bambina ho sempre amato le macchine, e per strada le riconoscevo solo al sentire il rombo di un motore, ero in grado di dire che stava arrivando una Ferrari, una Porche o una Lamborghini, questo anche per il fatto che sono cresciuta grazie alla passione che mio padre Roberto nutriva per i motori. A 16 anni ho avuto la microcar, a 18 la prima auto e ho scoperto il piacere della guida. Quando ho bisogno di staccare e riflettere, mi metto al volante e magari vado a fare un giro al Brasimone. Il mito della Dakar l’ho appreso proprio da mio padre che, in passato, aveva partecipato a tre Rally dei Faraoni e sempre sognato la Dakar, senza mai riuscire a portare a compimento questa sua aspirazione. La causa che glielo ha impedito è stata un brutto incidente che gli è capitato quando aveva 47 anni; infatti si è rotto tibia e perone, i tempi di recupero sono stati davvero lunghi, quindi ho colto la palla al balzo ed ho deciso di farmi avanti io”.

Prima avevi partecipato a diversi Rally vero? 

“Sì, ma sempre come navigatrice, sia a quelli storici che a quelli moderni”.

Cosa ha significato per te la Dakar? 

“Certamente un sogno che si stava realizzando dopo tanti anni, io volevo arrivare lì e grazie anche al supporto della mia famiglia ci sono riuscita, perché correre la Dakar vuol dire fidarsi solo del tuo istinto e delle tue capacità, però alla fine non lo capisci finché non corri veramente nel deserto. Senza sponsor né agganci nel motorsport non è facile, ho fatto due conti in casa. Partecipare ad un Rally qualsiasi in Spagna sarebbe costato circa 26mila euro e allora valeva piuttosto la pena giocarsi tutto alla Dakar, la gara più famosa al mondo. L’investimento è stato sui 40mila euro e diciamo che è stato un regalo di laurea, l’unico che potessi veramente sognare. Poi anche il destino mi ha aiutata, visto che il mio copilota e proprietario dell’auto, Roberto Musi, è rimasto senza pilota per un problema ed è arrivata la mia occasione”.

Come ti sei preparata fisicamente a questa gara? 

“Sono tornata due settimane prima dalla Spagna, sono laureata in Economia e frequento un master di International Business a Barcellona, perché i contagi anche lì stavano iniziando ad aumentare e praticamente mi sono chiusa in casa per oltre due settimane, cercando di non vedere nessuno. Fisicamente mi sono preparata con forza e dedizione, anche perché mi sarei trovata in una gara dove tutto può succedere, e sapevo che potevo allenare l’unica cosa che potevo controllare, ovvero il mio fisico, così ho fatto sempre tre giorni in palestra con i pesi e due giorni alla settimana di corsa per il cuore, inoltre appena potevo mi mettevo alla guida e facevo più chilometri possibili”.

Quale è stata per te la difficoltà maggiore che hai avuto? 

“Difficoltà ma allo stesso tempo libertà che è il motorsport all’ennesima potenza, in questa gara tu non hai un circuito ben preciso da seguire con rettilinei, curve, mappe o altro, hai solo il tuo navigatore che anche lui può sbagliare, devi sempre stare concentrata e guardare per terra per non incorrere in pericoli e procedere ad istinto”.

A livello di problemi fisici come è andata? 

“Ad un certo punto, dopo aver affrontato un terreno parecchio roccioso, la sera ho avuto bisogno dell’aiuto di un fisioterapista per distendere la schiena, poi ho avuto problemi ad un polso dopo aver rotto la testa del motore, ma ho ugualmente guidato nonostante il dolore”.

Sei riuscita a raccontare la tua Dakar anche sui social? 

“Sì, ho sempre cercato su Instagram di raccontare tutto quello che accadeva nella maniera più ampia possibile e infatti da 9000 followers che mi seguivano questi si sono quasi raddoppiati ed ora ne ho ben 16000, gli utenti da casa mi hanno dato una grande mano, perché magari la sera quando mi prendeva anche un po’ di stanchezza o altro, leggevo i tanti messaggi anche dei fans di Bologna che mi scrivevano, e posso solo dire che mi hanno sempre spronata a dare sempre il massimo di me stessa”.

Nei pochi momenti di pausa cosa facevi? 

“La mattina prima di partire restavo in assoluto silenzio mentre preparavo le barrette alimentari, l’acqua e le provviste per il viaggio, in modo da trovare dentro di me la concentrazione giusta per affrontare la prova. Poi, invece, la sera eravamo tutti davanti ai vari falò, e allora lì c’era la possibilità di poter fare amicizia e parlare anche con gli altri piloti e gli organizzatori della manifestazione”.

Adesso, oltre a finire il master in Spagna, stai già pensando alla futura Dakar? 

“Assolutamente sì, cercherò di fare entrambe le cose, anche se per questa competizione, come ho detto prima, ci vogliono tantissimi soldi e sponsor, inoltre so che la cosa che mi servirebbe di più per allenarmi al meglio dovrebbero essere ore e ore di macchina per tenere il ritmo che avevamo in corsa dove facevamo anche 8000 km al giorno e so già che non sarà un’impresa semplice, ho anche messo in preventivo per l’estate, quando non avrò esami, di cercare di trascorrere un mese all’estero, ad esempio in Marocco e guidare tutto il tempo, ma per adesso è solo un appunto messo lì, poi vedremo”.

La sensazione più bella di questa tua Dakar?

“Sicuramente il pianto liberatorio con le mie lacrime di gioia appena finita la gara, ho scommesso su me stessa e ho vinto e non era facile, visto che esordivo come la pilota più giovane fra le ragazze ed arrivavamo da assoluti privati in questa bellissima ma durissima manifestazione”.

Danilo Billi

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