A colloquio con Fabrizio Bontà, attualmente voce del volley per Radio Incontro

-Ciao Fabrizio prima di tutto grazie per aver accettato di rispondere alle mie domande, da sempre sei stato un passionale, ci puoi raccontare la tua fede per il Torino?

“Il Toro è passione, è fede (laica) e voglia di andare sempre controcorrente! La nostra storia è costellata di tante pagine dolorose e gloriose al tempo stesso: credo che l’apice si sia toccato con il Grande Torino, con i 5 scudetti consecutivi, ma anche con una squadra che ha rappresentato la voglia di rialzare la testa degli italiani dopo il periodo bellico: la fine prematura di quei campioni li ha catapultati direttamente nella Leggenda! Il punto più basso è stato il fallimento del 2005: quel giorno mi sono sentito svuotato e ho capito che il calcio, per come intendo io lo Sport, ha ormai ben poco. Adesso stiamo provando a rialzare la testa ma il Toro, al di là di tutto, non può perdere! Mai! Perchè tifo Toro? Granata si nasce e non è un modo di dire: il Toro, per noi tifosi, è qualcosa di più di una squadra di calcio, è una ragione di vita ed un insegnamento a non mollare mai anche quando sembra tutto perduto…”.

-Poi a un certo punto nella tua vita è arrivata anche la pallavolo femminile, è stato amore a prima vista?

“Sì, da giovane praticavo questo meraviglioso sport soprattutto in estate per mantenermi in forma (ho giocato a calcio, a livello agonistico, per 10 anni); poi ho cominciato a fare l’allenatore di minivolley ed ho ottenuto una promozione dalla Terza alla Seconda Divisione. Poi il lavoro mi ha costretto ad abbandonare prima la parte tecnica e poi quella dirigenziale (sono stato il primo addetto stampa della Robur dei grandi trionfi) ma sono sempre rimasto affezionato a questa meravigliosa disciplina. E per dirla alla Venditti: “….certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano…” così ho spinto le mie due nipoti, Martina e Valentina, a giocare (per non “allontanarmi” troppo) e poi è arrivata, inaspettata ma graditissima, la chiamata della Rossi e di Sorbini per fare l’addetto stampa del Volley Pesaro: oggi faccio ancora fatica ad esprimere l’emozione che provai in quel momento… “.

-Da tifoso piano piano nel corso del tempo il tuo spirito di giornalista pubblicista alla fine è tornato ad emergere e farsi sentire, dunque hai iniziato a collaborare con diverse testate web vero?

“Un grazie particolare lo devo proprio a te che mi hai messo in contatto con Cristina Gatti e così ho seguito, anche nelle vesti di giornalista, le imprese della Robur Volley, oltre ad aver collaborato proprio… con te”.

E’ arrivato anche il prestigioso ruolo di capo ufficio stampa del Volley Pesaro, ci puoi raccontare questa bella esperienza?

“Come scrivevo sopra è stata un’esperienza meravigliosa! Non finirò mai di ringraziare Baby&Sorbo per avermi permesso di vivere, in prima persona, la cavalcata dalla B1 alla A1: in questi 5 anni ho conosciuto persone meravigliose a cominciare dall’allenatore Matteo Bertini e al suo staff tecnico ma anche a tutti i dirigenti che hanno contribuito a far sì che si realizzasse un sogno straordinario! E per me ha avuto valore doppio perchè dovetti rinunciare, a malincuore, al ruolo di addetto stampa per motivi lavorativi ma questa esperienza mi ha permesso di coronare un grande desiderio, fare l’addetto stampa di una Società di serie A: e farlo a Pesaro è stato il massimo che potessi chiedere”.

 

Quanto è difficile essere allo stesso tempo tifoso e compassato per coordinare i colleghi giornalisti, e allo stesso tempo fare anche le comunicazioni della società?

“Tantissimo, a maggior ragione per uno come me, poco razionale e molto passionale. Devo dire che con l’esperienza si impara a far convivere l’essere tifoso con un ruolo in una Società sportiva ma non è stato facile. Le difficoltà maggiori sono scaturite dal fatto di poter svolgere questo ruolo nei ritagli di tempo e quindi le difficoltà sono aumentate a mano a mano che si saliva di categoria: ho dovuto fare grandi sacrifici per dividermi tra lavoro, pallavolo e famiglia, ma alla fine, credo di aver svolto il mio compito con professionalità, almeno lo spero…”.

Quanto hai sofferto una volta finita l’avventura del Volley Pesaro proprio dopo aver raggiunto e giocato un anno nella massima serie?

“Speravo non mi facessi questa domanda… L’anno scorso ho fatto una fatica enorme ad entrare in un palazzetto e la forza l’ho trovata sapendo che avrei rivisto amiche e amici con cui avevo condiviso un pezzo della mia vita. Ma la ferita è ancora aperta e sanguina e, francamente, non mi capacito ancora come sia stato possibile far sparire la squadra più titolata della città…”.

Quali le giocatrici con cui magari ancora ti senti o che, per stima, e ammirazione, ricordi sempre con grande piacere nei tuoi racconti con gli amici della pallavolo?

“Isabella Di Iulio: ragazza splendida e ottima giocatrice! Lei è stata una di quelle che mi ha dato la forza per tornare a vedere il grande volley. Ci sentiamo periodicamente ed è sempre un grande piacere vederla: pur essendo giovane ha grandi doti umane”

Da poco ti sei nuovamente messo in discussione come radiocronista per l’emittente Radio Incontro come radiocronista della Megabat Vallefoglia che milita in B1, ci puoi raccontare un po’ questa esperienza?

“Come dicevo prima è destino che non mi allontani mai troppo dal volley: Massimo Terenzi ha fatto la “pazzia” di “riciclarmi” come voce di Radio Incontro per le partite della MegaBat Volley Vallefoglia a cui auguro ogni bene e di ripetere le gesta della Robur e del Volley Pesaro. Per me, che ho sempre e solo fatto giornalismo scritto, è stata una nuova esperienza cominciata, quasi per gioco e sempre con Radio Incontro, nell’anno della promozione dalla A2 alla A1 (tra l’altro raccogliendo un’eredità mica da poco: sostituire il compianto Alessandro Mainoldi). Devo dire che pensavo fosse più difficile: ho ancora tanto da imparare ma l’impegno è massimo e spero di poter ripetere anche per la MegaBat le urla da pazzo scatenato che hanno accompagnato la promozione del Volley Pesaro nell’olimpo della pallavolo”.

La tua intervista perfetta che requisiti deve avere?

“Per me non esiste l’intervista perfetta: siamo umani e l’imperfezione è insita in noi. Quando mi appresto ad intervistare qualche personaggio mi piace cominciare descrivendo l’ambiente dove avviene l’intervista, cogliere gli atteggiamenti della persona che ho di fronte, cercando di approfondire i lati del suo carattere. Questo è il mio stile ma è tutt’altro che perfetto!”.

Preferisci scrivere o leggere articoli di pancia o più serafici?

“Francamente, al giorno d’oggi, faccio fatica a leggere articoli soprattutto politici, perchè non ho ancora individuato un giornalista equidistante che racconti, fino in fondo, la verità. Sicuramente non apprezzo il giornalismo urlato: farà audience ma non fa capire nulla all’ascoltatore.

Purtroppo si tende a sbattere il mostro in prima pagina senza approfondire la notizia e i social, in questo senso, hanno amplificato questa stortura giornalistica.

Qualcuno, una volta, disse che uccide più la penna della spada: sacrosanta verità!

Tanti apprezzamenti e riconoscimenti in questi anni, sono piovuti anche nel campo del lavoro, puoi raccontare ai nostri lettori che non lo sapessero di cosa ti occupi?

“Lavoro ingrato ai giorni nostri: faccio il sindacalista per la Uil (settore Turismo e Commercio): è un lavoro meraviglioso ma anche, soprattutto oggi, sfibrante. Purtroppo non si stacca praticamente mai e le vertenze a cui dobbiamo far fronte, causa anche la crisi latente, sono sempre di più. E’ dura vedere persone piangere perchè hanno perso il lavoro: in certi casi non trovi mai parole adatte ma ci provi nella speranza di lenire il loro dolore. Faccio questo mestiere da 12 anni abbondanti e ne ho viste tante da poter scrivere un libro. Però è appagante perchè di permette di venire a contatto con un sacco di persone e di imparare molte cose”.

Grazie per il tempo che mi hai dedicato!

 A cura di Danilo Billi

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